O’ scuru o’ scuru
Compendio di alcune tra le più belle poesie di Nino Martoglio è O’ scuru o’ scuru, album di sonetti siciliani sulla «maffia» apparso nel 1895, con disegni del fratello Giovanni, poi confluito nella Centona e dedicato a Luigi Capuana. Sonetti dialogati che c’immettono, per il tramite di un linguaggio duro, metaforico, a «baccagghiu», nei bassifondi malsani, nel violento ambiente della malavita catanese, col suo criptico cerimoniale di sangue, con la spacconeria delle sfide che richiama l’ardimento e la spavalderia degli ariosteschi paladini dell’Opira ’i pupi, ma pure con l’umana pietà che si mescola agli episodi di ferocia e di raccapriccio.
Un variopinto, pittoresco mondo lirico che sembra essersi forgiato da sé si dispiega nella Centona di Nino Martoglio. Eroi popolari e primitivi, mordaci e ironici, dolenti e amari agiscono sul palcoscenico della vita trascorrendo con intimo, inconfessato tormento dal vagheggiamento di una favolosa dimensione cavalleresca alla consapevolezza della misera realtà quotidiana.
Lupanari, taverne, «vanedde», dove «lu sangu allimarratu scurri a sciumi», sono teatro di accese passioni, di sentimenti forti, accordati su un antico codice d’onore, sui quali si staglia l’angosciosa pena di una madre, preda di un oscuro presentimento, a cui è stato ammazzato il figlio.
La vena poetica martogliana non si estenua nell’oleografica rappresentazione dei «mafìusi di cità» e dei «mafiusi di campagna». Con tratti rapidi ed essenziali, con felice bozzettismo che trae linfa vitale dalla lezione verghiana, Nino Martoglio individua le ragioni storico-culturali profonde della guapperia, motivo di tanta produzione di Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo ai quali si ricollega per l’affinità dei temi, la volontà di denuncia, la strutturazione drammatica dei versi: secoli di fame e di sopruso, degrado ambientale e morale, virile baldanza.
Intuitivo e fervido erede di un’antica, gloriosa tradizione lirica in dialetto, da Giovanni Meli, il maggiore poeta arcadico di Sicilia, a Domenico Tempio, l’illuminista catanese animato da forte impegno civile, ai numerosi poeti locali, tra cui primeggiava Giuseppe Borrello, Nino Martoglio, caposcuola su cui una pleiade di autori dialettali ha esemplato lingua, toni, cadenze, ritmi, dal ricco archivio tematico e linguistico del «D’Artagnan» recupera la sagacia popolare intrecciata alla decisa condanna delle ingiustizie sociali, l’ironica levità, la cupa gravezza, la duplicità che è substantia rerum, mescolanza di contrapposte emozioni da cui l’umorismo pirandelliano.
E sebbene i poeti, a cui compete la verità, secondo la lezione di Friedrich Hölderlin, non siano riconducibili ad un luogo e ad un tempo determinati, Nino Martoglio, per dirla con Luigi Pirandello, «è per la Sicilia quello ch’è il Di Giacomo e il Russo per Napoli; il Pascarella e Trilussa per Roma; il Fucini per la Toscana; il Selvatico e il Barbarani per il Veneto: voci native che dicono le cose della loro terra, come la loro terra vuole che siano dette per esser quelle e non altre, col sapore e il colore, l’aria, l’alito e l’odore con cui vivono veramente e si gustano e s’illuminano e respirano e palpitano lì soltanto e non altrove. Nino Martoglio è tutta la Sua Sicilia, che ama e che odia, che ride e giuoca e piange e si dispera».
